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Lotta tra conservatori e innovatori


Boris Eltsin
Boris Eltsin

La Russia ebbe un ruolo di primissimo piano sia nella vita dell’Unione Sovietica sia nella vicenda che portò alla sua dissoluzione. In Russia si produssero infatti, nella seconda metà degli anni Ottanta, le maggiori spinte alla riforma del vacillante sistema comunista. A interpretare questo fermento furono due principali correnti: la prima, riunita intorno al presidente dell’Unione Sovietica Michail Gorbaciov, orientata a riformare profondamente l’organizzazione politica ed economica dello stato, salvaguardandone tuttavia le basi federative e socialiste; la seconda, capeggiata da Boris Eltsin, eletto nel giugno 1991 alla presidenza della Russia, risoluta invece a rompere con il passato sovietico e ad attuare una totale liberalizzazione politica ed economica del sistema. Nell’estate del 1991 il confronto si risolse drammaticamente, dopo un maldestro tentativo di colpo di stato attuato da un gruppo di conservatori, a favore di Eltsin. Alla fine di agosto questi proclamò l’indipendenza della Russia promuovendo poi, con altre dieci repubbliche dell’URSS, la creazione di una Comunità degli stati indipendenti. Il 21 dicembre l’URSS cessò formalmente di esistere; la Russia ereditò il suo seggio presso il Consiglio di sicurezza dell’ONU e il controllo del suo arsenale nucleare.

Con lo scioglimento dell’URSS si intensificò in Russia la lotta per il potere e il conflitto tra riformatori e innovatori. Eltsin si scontrò violentemente sia con la Corte costituzionale, che respinse il decreto di scioglimento del Partito comunista, sia con la Duma (il Parlamento), che si oppose alla nomina a primo ministro di Igor Gaidar, autore di un piano improntato a un’ampia liberalizzazione dell’economia.

Lo scontro ebbe il suo culmine nel settembre 1993, quando Eltsin rimosse Aleksandr Rutskoj dalla carica di vicepresidente con l’accusa di corruzione e decretò lo scioglimento del Parlamento, giungendo a ordinare l’attacco armato contro i deputati asserragliati nell’edificio della Duma. Nel breve e drammatico scontro trovarono la morte più di 140 persone.

Il 4 ottobre 1993, Rutskoj e il presidente della Duma Ruslan Khasbulatov furono imprigionati. La vittoria di Eltsin fu tuttavia di breve durata; già a dicembre le elezioni legislative videro l’affermazione del Partito comunista e di un movimento ultranazionalista a sua volta contrario alle riforme liberiste. Rutskoj e Khasbulatov furono liberati nel febbraio 1994, amnistiati dalla nuova Duma.

La crisi del comunismo


Nel 1994 si acuirono le tensioni nel Caucaso, dove nel 1991 la Cecenia aveva proclamato l’indipendenza. A dicembre, nell’intento di ristabilire l’ordine nella repubblica ribelle, Eltsin vi inviò l’esercito. L’operazione, che nelle intenzioni di Mosca avrebbe dovuto risolversi in breve tempo, innescò un violentissimo conflitto costato decine di migliaia di morti, in gran parte civili.

Nell’estate del 1995 i ribelli ceceni attaccarono la città di Budenovsk, nella Russia interna, prendendo in ostaggio duemila persone. Si aprì allora, sia pure su fragili basi, un negoziato fra le autorità di Mosca e gli indipendentisti ceceni, che si concluse con la firma di un cessate il fuoco. Gli scontri tuttavia ripresero, con una serie di bombardamenti sulle principali città cecene, in particolare Grozny e Samacki, che l’aviazione e l’artiglieria russe rasero al suolo.

Nel maggio del 1996, in vista delle imminenti elezioni presidenziali, per conquistarsi il favore dell’opinione pubblica russa ormai ostile al conflitto, Eltsin affidò al generale Aleksandr Lebed l’avvio di nuovi negoziati con la guerriglia cecena. Il 31 agosto, con l’accordo di pace di Khassaviurt siglato dal primo ministro russo Viktor Černomyrdin e dal capo dell’esecutivo ceceno Aslan Maskhadov, Mosca riconobbe la sovranità della Cecenia in seno alla Federazione russa e si impegnò a ritirare le sue truppe; l’accordo lasciò tuttavia in sospeso la questione dello status definitivo della repubblica. "Russia," Origine : Emmanuel Buchot e Encarta.

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