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La repubblica popolare della Mongolia
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Allineati all’Unione Sovietica, i dirigenti della Repubblica popolare intrapresero una radicale trasformazione del paese. La collettivizzazione delle terre e degli allevamenti e la confisca dei monasteri causarono agli inizi degli anni Trenta frequenti rivolte, soffocate nel sangue dalle autorità bolsceviche. A partire dal 1937 la Mongolia conobbe una stagione di lotte interne al partito e di “purghe”, in seguito alle quali salì al vertice del potere il maresciallo Choybalsan, detto lo “Stalin mongolo”. Molti monasteri vennero rasi al suolo e i monaci sterminati. Nel 1939, un attacco delle forze giapponesi venne respinto dalle truppe mongole e russe guidate dal generale Georgij Žukov.

 

Nel 1945 la conferenza di Jalta confermò il protettorato sovietico sulla Mongolia. Nel 1946 il paese venne riconosciuto dalla Cina, che conservò il controllo della Mongolia Interna. Nel 1949, dopo l’avvento al potere di Mao Zedong a Pechino, i due paesi stabilirono normali relazioni diplomatiche. Nel 1952, a Choybalsan succedette Yumzhagiyen Tsedenbal, che rimase alla guida del paese fino al 1984. Accolta nel 1961 nelle Nazioni Unite, la Mongolia coltivò stretti rapporti politici ed economici con Mosca, al punto da essere considerata una repubblica organica all’Unione Sovietica. Nel 1966 i due paesi firmarono un trattato di amicizia e di mutua assistenza, rinnovandolo nel 1986. Per 45 anni, l’Unione Sovietica fu il principale partner economico e militare della Mongolia, mantenendo nel paese un contingente di circa 65.000 uomini.

"Mongolia," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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Georgij Žukov
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