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Storia dell'Iran : la rivoluzione islamica
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Agli inizi degli anni Settanta Teheran allentò il suo legame con gli Stati Uniti (conservando tuttavia una folta presenza di “consiglieri”), avviando un riavvicinamento con il mondo islamico. Nel 1975 Reza diede un’ulteriore stretta al regime, creando il partito unico della Resurrezione nazionale e scatenando contro le opposizioni la Savak, la sanguinaria polizia segreta forte di più di 100.000 uomini; a pagare il più alto tributo di sangue fu il Tudeh, la sinistra comunista, che venne sterminata. Sempre più schiavo della sua megalomania, nel 1976 lo scià riformò il calendario, facendolo partire non più dall’Egira, ma dalla fondazione dell’impero persiano da parte di Ciro il Grande, offendendo il sentimento religioso degli iraniani.

Abbandonato anche dai bazari, lo scià si ritrovò pressoché isolato di fronte a un nuovo movimento ispirato all’islam, che riempì rapidamente il vuoto lasciato dalle forze politiche. Crebbe così il ruolo del clero sciita e di un suo esponente in particolare, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, che dall’esilio francese, dov’era stato costretto dopo le rivolte del 1963, guidò l’offensiva contro lo scià. Nel 1978 l’Iran fu attraversato da massicce manifestazioni di protesta, incuranti della violenta reazione della polizia. Nel gennaio del 1979, perso ogni sostegno interno e internazionale, lo scià fuggì dal paese rifugiandosi prima negli Stati Uniti e poi in Egitto (dove morì l’anno seguente), mentre Khomeini rientrava a Teheran accolto da una folla sterminata.

Nell’aprile del 1979 fu proclamata nel paese la repubblica islamica. In novembre, l’asilo concesso dagli Stati Uniti allo scià provocò una grave crisi, che si sarebbe risolta solo nel 1981 (Vedi Crisi degli ostaggi). Le elezioni del gennaio 1980 portarono alla presidenza del paese Abolhassan Bani-Sadr, un economista liberale di formazione occidentale. Nelle contemporanee elezioni politiche si affermarono invece i partiti religiosi, strettamente controllati da Khomeini. L’incompatibilità tra i due leader non tardò a manifestarsi, creando nel paese una profonda instabilità di cui tentarono di approfittare le minoranze curde a ovest, azere a nord e arabe nel Khuzistan, che insorsero nel tentativo rendersi indipendenti. A contare sulla debolezza del regime iraniano fu anche il leader iracheno Saddam Hussein, il quale, preoccupato dell’influenza khomeinista sulla folta comunità sciita irachena, prendendo a pretesto un vecchio contenzioso territoriale sullo Shatt al-Arab lanciò, nel settembre 1980, una violenta offensiva contro l’Iran

Ruhollah Khomeini
Ruhollah Khomeini
Lo scoppio della guerra determinò il rafforzamento del ruolo di Khomeini e del clero sciita. Nel giugno del 1981 lo scontro all’interno del regime iraniano tra le forze religiose e quelle laiche si concluse con la sconfitta di queste ultime, culminando con la destituzione del presidente Bani-Sadr, che fu costretto all’esilio. Sul fronte militare, un’altalena di avanzate e ripiegamenti si trascinò per anni senza esito, con costi economici e umani elevatissimi (un milione di morti, 1.700.000 feriti). Nonostante il sostegno di alcuni paesi arabi e occidentali, l’Iraq non riuscì infatti a prevalere e, dopo le prime vittorie, subì l’offensiva iraniana. I due paesi, ridotti allo stremo, il 20 agosto 1988 firmarono infine un cessate il fuoco, al quale fece seguito un trattato di pace nel 1990. "Iran," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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