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La lirica


Metastasio, Pietro
Metastasio, Pietro

Il diffondersi del razionalismo cartesiano (vedi René Descartes) nella cultura tra Sei e Settecento, la persistenza della tradizione scientifica galileiana, la consapevolezza della crisi rinascimentale e la constatazione del ruolo marginale dell’Italia, l’apertura all’Europa e il bisogno di rivitalizzare la gloriosa tradizione culturale indigena (che aveva fatto dell’italiano la lingua internazionale delle corti europee e dello spettacolo, attraverso l’esportazione del melodramma e della Commedia dell’Arte), oltre alla saturazione per il fastoso gusto barocco determinarono anche in Italia lo stabilizzarsi, in campo sia artistico sia letterario, di motivi di chiarezza, semplicità e naturale evidenza: di “buon gusto”, per usare uno slogan di allora.

Chi espresse, in modo consapevole, programmatico e anche radicale, quest’idea del “buon gusto” contro il “cattivo gusto” del Seicento furono i membri dell’Arcadia, accademia fondata nel 1690 a Roma da un gruppo di letterati che da tempo andavano elaborando idee nuove in fatto di letteratura.

Questa accademia avviò una riforma del linguaggio poetico, orientandolo verso quello dei poeti cinquecenteschi e trecenteschi e mirando a una comunicazione sociale chiara e rigorosa. La riflessione più coerente sulla poesia, entro una prospettiva razionalistica, è dovuta ai due primi presidenti (“custodi”) dell’Arcadia, il maceratese Giovanni Mario Crescimbeni (1663-1728) e il calabrese Gian Vincenzo Gravina, autori dell’Istoria della volgar poesia (1698) il primo e Della ragion poetica (1708) il secondo. La riforma dell’Arcadia intendeva ridare vita alla tradizione nazionale dei valori classici.

Ma il travestimento pastorale che tutto il sistema dell’Arcadia comportò (per cui gli intellettuali sono pastori, la società dei salotti letterari si trasferisce in un mondo boschereccio e campestre, e viene riproposta la tradizione bucolica da Virgilio a Sannazaro) rese il razionalismo contiguo alla finzione e all’artificio.

L’Arcadia, grazie alla sua organizzazione oltre che al sostegno della Chiesa (per la quale il razionalismo divenne ordine morale e il gusto barocco scadette a disordine), si diffuse molto rapidamente nella penisola, unificando il mondo delle lettere su posizioni di un moderato conservatorismo culturale. Essa rilanciò il genere della lirica, facendone moderna espressione dell’aristocrazia nazionale. Come già ricordato, in questo rilancio ebbe un ruolo importante Chiabrera per la grazia musicale dei suoi versi, dal momento che proprio l’elemento melodico fu tra le componenti più apprezzate nella lirica arcadica.

Il cliché stilistico e linguistico elaborato dall’Arcadia nella lirica incise a lungo nella tradizione poetica italiana, fino all’Ottocento (Leopardi) e al Novecento (Saba).

Questo cliché consisteva nella semplificazione del linguaggio poetico in funzione della chiarezza e nella ricerca della razionalità psicologica, nella drastica riduzione dell’ambito metaforico, nell’adozione di una sintassi non complessa, nella tendenziale coincidenza tra misura sintattica e misura metrica, nel gusto della simmetria, nella cantabilità del testo e nella scelta di un lessico essenziale, di tipo petrarchesco ma più attento al “piccolo” e al “grazioso” del quotidiano.

Alla ripresa delle forme metriche tradizionali (continua la fortuna del sonetto) si preferirono le “canzonette” con versi e strofe brevi, dai temi leggeri, molto cantabili e spesso accompagnate dalla musica. A questo repertorio appartengono anche le “arie” del melodramma. Se invece l’argomento trattato – e, in corrispondenza, lo stile – era più elevato, si usava, per la canzonetta, il termine “ode”. “Odi” sono senz’altro le liriche di Giuseppe Parini, mentre le odi di argomento religioso o patriottico presero un nome nuovo, “inno”: così, nell’Ottocento, in Manzoni, Mameli, Giusti e Carducci.

Chi interpretò in forme esemplari questo nuovo gusto fu Pietro Metastasio. Tra i poeti della prima Arcadia romana si ricordano Petronilla Paolini Massimi (1683-1726), Faustina Maratti Zappi (1680-1745) e il marito Giambattista Zappi (1667-1719). La poesia delle generazioni successive si allontanò in qualche misura dal travestimento pastorale e rappresentò in modo più diretto la società aristocratica dei salotti e delle feste, con una spregiudicatezza vicina al gusto libertino. I nomi più autorevoli sono il romano Paolo Rolli (1687-1765), il prolifico Carlo Innocenzo Frugoni e infine Jacopo Vittorelli (1749-1835), che prolungò la sua opera fin oltre la soglia dell’Ottocento. "Letteratura italiana," Origine : Emmanuel Buchot e Encarta.

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