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La letteratura dell’Italia unita
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La letteratura dell’Italia unita (la proclamazione del Regno d’Italia è del 1861) prese avvio con un tipo di produzione patriottico-sentimentale che indulgeva al popolaresco, molto di maniera (si parla di un secondo romanticismo), e le cui esemplificazioni più tipiche si trovano nell’opera di Giovanni Prati e di Aleardo Aleardi.

Mentre, in un clima di diffusa mediocrità culturale, il Risorgimento si avviava a diventare maniera e retorica, una reazione decisa a questo conformismo si manifestò, di nuovo, a Milano con la Scapigliatura, che fu anche un fenomeno di ribellismo dell’arte contro la società, dai toni clamorosi ma non radicali, perché in Italia il conflitto sociale era ancora modesto.

 

Gli scapigliati (Arrigo Boito, Camillo Boito, Emilio Praga, Giovanni Camerana, Iginio Ugo Tarchetti) manifestarono, anche con una vita provocatoriamente sregolata, il loro rifiuto della morale e dei valori borghesi e insieme compirono i primi tentativi di un’arte nuova. Guardavano ai nuovi poeti francesi, i “poeti maledetti” (vedi Charles Baudelaire), senza saperne apprendere davvero la lezione, e sostituirono al “padre” Manzoni il loro maestro indigeno, Giuseppe Rovani (autore di un macchinoso romanzo ciclico, I cento anni, 1857-1858).

Gli scapigliati non esercitarono la loro ricerca di rottura sul piano della lingua, fatta eccezione per due casi isolati di scrittori che si collocano alla periferia del movimento: Carlo Dossi, capace di una forte deformazione linguistica tra umorismo e umoralità surreale, e Giovanni Faldella, autore di prose bozzettistiche rese vivaci da un uso estroso e manipolato della lingua. Da posizioni ideologiche opposte a quelle degli scapigliati, il napoletano Vittorio Imbriani espresse il suo estroso anticonformismo raccontando con un gusto linguistico antimanzoniano e tendente al pastiche. Intorno al 1860, per fastidio verso il romanticismo di maniera, soprattutto in Toscana e in Veneto, si assistette a una ripresa del classicismo come richiamo a un rigore espressivo compromesso e, insieme, come impegno civile contro le cadute conformistiche in un’Italia che vedeva affievolirsi la spinta ideale del Risorgimento.

Il classicismo sottendeva anche una esigenza di realismo, cioè di richiamo ai problemi concreti, per quanto filtrati attraverso i modi di un linguaggio da tempo formalizzato. (Non è casuale che la ripresa classicistica sia stata coeva e a volte solidale con la richiesta di un contatto più forte con la realtà, interpretato al meglio dal verismo.)

Quest’opera di restaurazione letteraria in chiave classicistica ha il suo massimo interprete in Giosue Carducci, poeta della storia contemporanea e del passato che ripropose il mondo antico come modello di virilità contro la decadenza presente. Oltre che grande sperimentatore della metrica barbara, fu filologo e fondatore, in ambito critico, di quella “scuola storica” che incise profondamente nella cultura di fine Ottocento. "Letteratura italiana,"Encarta

Giosue Carducci
Giosue Carducci. Encarta
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