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Poliziano


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Il linguaggio del sapere umanistico fu per tutto il secolo il latino, e i testi in volgare rispondevano, come nel caso di Ficino (Sopra lo amore ovvero Convito di Platone), all’intenzione di assicurare una più ampia divulgazione. Tuttavia, poiché nella Firenze umanistica la funzione sociale e di civile convivenza del linguaggio era molto sentita, a partire dalla seconda metà del XV secolo il rapporto subalterno del volgare rispetto al latino aveva cominciato a rovesciarsi. Fatto emblematico ne è il “certame coronario” indetto a Firenze nel 1441 da Leon Battista Alberti per rilanciare la dignità letteraria del volgare. Ed è significativo anche il fatto che questo artista abbia scelto il latino per i suoi scritti più personali e il volgare per quelli attinenti alla dimensione civile e sociale. Certo è che nel secondo Quattrocento si verificò, ancora a Firenze, una grande fioritura della poesia volgare.

La continuità della tradizione fiorentina popolare, a cominciare da quella dei cantari, è rappresentata, in modo originale, da Luigi Pulci, che dette la massima prova del suo bizzarro ingegno in un poema eroico, il Morgante, composto infatti di ventotto cantari. Egli, appartenente alla cerchia medicea, fu spesso ai limiti dell’eresia sul piano ideologico, e aperto a uno sperimentalismo disinibito su quello linguistico. Un registro linguistico amplissimo, capace di riprendere e riproporre la tradizione toscana, caratterizza le opere di generi e stili diversi di Lorenzo de’ Medici, che seppe rivitalizzare gran parte della tradizione volgare. A lui spetta anche il merito di aver organizzato a Firenze il centro culturale più ricco di fermenti culturali nell’Italia del suo tempo.

Figura fondamentale per i destini del volgare letterario fu il Poliziano, scrittore perfettamente bilingue che innestò sul volgare letterario del Trecento il sistema linguistico del latino e fissò così, soprattutto con le Stanze per la giostra (1475-1478), un modello linguistico e stilistico destinato a durare e a concorrere alla costituzione del classicismo letterario. Importante è anche la Favola di Orfeo (1480), la prima opera laica del teatro italiano (e “favola” ha qui il valore tecnico di “rappresentazione teatrale”), anche se costruita secondo i modi strutturali della sacra rappresentazione.

La vitalità del volgare non riguarda solo l’area toscana. Nell’Italia padana si sviluppò una letteratura aristocratica e cortigiana che, pur facendo riferimento alla più autorevole tradizione toscana, mostrava una certa libertà nelle scelte linguistiche, stilistiche e tematiche che costituirono il retroterra per le successive formazioni mistilingui di tipo maccheronico e pedantesco.

Il centro più creativo dell’area padana fu la corte di Ferrara, soprattutto per la fortuna che vi ebbe il romanzo. Qui circolavano, nel Quattrocento, romanzi francesi e franco-veneti, e vi si sviluppò un gusto cavalleresco cortigiano che trovò la sua maggiore espressione nell’opera di Matteo Maria Boiardo con l’Orlando innamorato, poema narrativo in ottave (come lo era già stato quello del Pulci) che fonde l’epica carolingia con il romanzo arturiano. Quest’opera non assolveva solo a una funzione di raffinato intrattenimento, ma interpretava anche gli ideali neofeudali propri di quella piccola corte, bellicosa e un po’ precaria. Dal confronto linguistico tra l’Orlando innamorato e il canzoniere del Boiardo si constata quanto il modello lirico petrarchesco avesse imposto le forme toscane rispetto alla narrativa in versi, ancora relativamente indipendente proprio per la forte tradizione franco-veneta.

Nell’area meridionale dell’Italia ebbero rilievo le esperienze della Napoli aragonese. Qui alcuni umanisti si erano raccolti nell’Accademia fondata dal palermitano Antonio Beccadelli detto il Panormita (1394-1471) e guidata, dopo la sua morte, da Giovanni Pontano. Quest’ultimo, lo scrittore di maggior rilievo del gruppo di umanisti, scrisse le sue numerose opere in latino, ma offrì una lezione di umanesimo antiretorico e capace di interpretare il presente. L’altro grande scrittore della Napoli aragonese fu Iacopo Sannazaro: con l’Arcadia, opera mista di prosa e di versi, fondò un paesaggio spirituale che nel Settecento avrebbe avuto fortuna europea. La ricerca linguistica del Sannazaro era orientata verso il pubblico più vasto delle corti italiane e dunque muoveva in una direzione antiregionalistica. Tracce dialettali, nonostante l’invasività delle forme toscane, si trovano invece nella prosa del Novellino (pubblicato postumo nel 1476) di Tommaso Guardati detto Masuccio Salernitano. In ogni caso, se la prosa volgare dell’inizio del Quattrocento mostrava chiaramente tracce dell’area di provenienza, alla fine del secolo il processo di omogeneizzazione linguistica rendeva quelle tracce sbiadite, a meno che non ci fosse l’intenzione di marcare una particolare tradizione espressiva locale. "Letteratura italiana," Origine : Emmanuel Buchot e Encarta.

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