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L'Italia all'inizio del 20 ° secolo


Caporetto, 24 ottobre 1917
Caporetto, 24 ottobre 1917

La questione delle terre cosiddette irredente (il Trentino, il Friuli e la zona di Trieste), governate dall’Austria, nelle quali era attivo un movimento che si batteva per la loro unione all’Italia, fornì la motivazione ad abbandonare l’iniziale neutralità e a scegliere la linea dell’intervento. L’ingresso in guerra, promosso dall’iniziativa del re, fu stipulato segretamente con il patto di Londra (1915), firmato con Francia e Gran Bretagna e quindi fatto ratificare dal Parlamento. Sotto la direzione del generale Luigi Cadorna, l’esercito fu impegnato sulle Dolomiti, nel Carso e sulla linea dell’Isonzo in un logorante conflitto di posizione che non portò a significativi avanzamenti del fronte (vedi Guerra di trincea); anzi, nell’ottobre del 1917, una violenta controffensiva austro-tedesca, lanciata a Caporetto (nell’odierna Slovenia), travolse le truppe italiane.

Alla grave situazione l’Italia rispose con una grande mobilitazione di uomini e di risorse, alla quale parteciparono anche le forze riformiste e socialiste che si erano battute contro la guerra. Comandato dal generale Armando Diaz, che aveva sostituito Cadorna, l’esercito vinse l’ultima e decisiva battaglia a Vittorio Veneto (24 ottobre - 4 novembre 1918).

In Italia il ritorno alla pace mise allo scoperto le fragilità del sistema economico, chiamato alla riconversione dalla produzione bellica a quella civile: debito pubblico alle stelle, inflazione e disoccupazione erano le eredità del conflitto. Nell’opinione pubblica si insinuò il mito della “vittoria mutilata” allorché alla conferenza di pace fu negata all’Italia la cessione della Dalmazia e di Fiume, in base al principio dell’autodeterminazione dei popoli.

A nulla servì il gesto di rottura compiuto dai ministri plenipotenziari, Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino, i quali nell’aprile del 1919 abbandonarono per protesta la Conferenza di Parigi, salvo farvi ritorno poco dopo per la firma dei trattati conclusivi, nei quali venivano riconosciuti all’Italia Trento, Trieste e l’Istria. In un clima di delusione ebbero buon gioco i nazionalisti a fare sentire la loro protesta e ad applaudire l’occupazione di Fiume effettuata nel settembre del 1919 dai volontari guidati dal poeta Gabriele d’Annunzio e fiancheggiati da truppe sediziose dell’esercito. A partire dal 1919 gli operai nelle fabbriche e i braccianti nelle campagne scesero in sciopero per rivendicare aumenti salariali e migliori condizioni di vita; ma agiva in loro anche il richiamo alla rivoluzione socialista, sull’esempio di quella in atto nella Russia di Lenin. Il movimento popolare, indirizzato dai sindacati e dal Partito socialista, mancò di una chiara linea di conduzione perché venne disorientato dalle divisioni all’interno della sinistra, in particolare dallo scontro tra massimalisti e riformisti. Raggiunse l’acme con l’occupazione delle fabbriche del Nord (1920), per poi declinare rapidamente.

Intanto in quegli anni si affacciarono nuove formazioni politiche, espressione di ideologie moderne. Nel 1919 fu fondato dal sacerdote Luigi Sturzo il Partito popolare italiano, sotto gli auspici della Chiesa. Lo stesso anno vide venire alla luce il movimento fascista, nato per iniziativa di Benito Mussolini come forza extraparlamentare col nome di Fasci italiani di combattimento, in difesa degli ideali nazionalistici e con un radicalismo antisocialista; esso si rivolgeva soprattutto agli ex combattenti e ai ceti medi, facendo leva sulla paura di una rivoluzione comunista. Nel 1921 da una scissione in seno al partito socialista nacque il Partito comunista d’Italia: Antonio Gramsci ne era il leader teorico.

Nelle istituzioni si riflettevano le tensioni presenti nella società. Nel giugno del 1920 fece ritorno alla presidenza del consiglio Giolitti, che per esperienza e prestigio si pensava potesse comporre i contrasti politici. Egli risolse la questione di Fiume, firmando con la Iugoslavia il trattato di Rapallo (12 novembre 1920), che riconosceva all’Italia alcune aree della Dalmazia (Cherso, Lussino, Zara, Lagosta) e faceva di Fiume una città libera: tale sarebbe rimasta fino al 1924, anno in cui, con il trattato di Roma, passò sotto la sovranità italiana. Le difficoltà per Giolitti vennero dalla situazione interna, perché cresceva nei ceti medi e nei possidenti, allarmati dalle vittorie socialiste alle elezioni amministrative, l’attesa di una risposta autoritaria, mentre l’opinione moderata era turbata dal disordine e dalle violenze generate ai margini del movimento operaio da quanti speravano di innescare una situazione rivoluzionaria, a somiglianza di quanto era da poco accaduto in Russia. "Italia," Origine : Emmanuel Buchot e Encarta.

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