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L'Italia negli anni '90


Giuliano Amato
Giuliano Amato

Nel suo primo anno di attività la coalizione guidata da Prodi concentrò gli sforzi sulle misure da adottare per soddisfare le condizioni richieste dal trattato di Maastricht e consentire al paese l’ingresso nell’Unione monetaria europea. L’imponente manovra finanziaria messa a punto dal governo, che impose un drastico taglio della spesa pubblica e un eccezionale prelievo fiscale, riuscì nell’intento e il 1° maggio del 1998 l’Italia fu ammessa all’UME con il “gruppo di testa”. Nel frattempo il Parlamento italiano formulò, attraverso una Commissione bicamerale, un radicale progetto di riforma della Costituzione per definire l’impianto istituzionale della “seconda repubblica”. Tuttavia, l’articolata proposta prodotta dalla Commissione bicamerale e approvata nel giugno 1998 non fu in seguito discussa dal Parlamento per la rottura dell’accordo tra le forze politiche.

Dopo l’estate del 1998 il ritiro del sostegno di Rifondazione Comunista al governo Prodi ne provocò la caduta. Nella convulsa situazione politica creatasi, con il centrosinistra privo di una maggioranza nel Parlamento e con il centrodestra che chiedeva di anticipare le elezioni, il mandato di costituire un nuovo governo fu affidato a Massimo D’Alema, leader del maggior partito della coalizione dell’Ulivo. Primo politico ex comunista ad assumere la guida di un governo occidentale, D’Alema poté contare sui voti di due nuove formazioni, il Partito dei comunisti italiani (PDCI), nato da una scissione interna a Rifondazione Comunista, e l’Unione democratica per la repubblica (UDR), un raggruppamento creatosi intorno all’ex presidente della repubblica Francesco Cossiga e nel quale erano confluiti parlamentari eletti in entrambe le coalizioni (nei primi due anni di legislatura la vita politica italiana fu infatti caratterizzata da un anomalo fenomeno di mobilità, che vide lo spostamento da un gruppo all’altro o da una coalizione all’altra di circa 150 tra deputati e senatori).

Verso la “seconda repubblica”


Nonostante gli accesi contrasti tra governo e opposizione, il 13 maggio del 1999 il Parlamento elesse alla prima votazione e con ampia maggioranza Carlo Azeglio Ciampi alla presidenza della Repubblica. Pochi giorni dopo, il 20 maggio, in un clima reso incandescente dalla partecipazione italiana all’offensiva della NATO in Serbia e Kosovo, un importante collaboratore del ministero del Lavoro, Massimo D’Antona, fu ucciso in un attentato terroristico rivendicato dalle Brigate Rosse.

Il tentativo di chiudere l’esperienza della “prima repubblica” e di costruire un assetto politico-istituzionale più corrispondente alle esigenze di sviluppo del paese (introduzione del federalismo, riorganizzazione dell’assetto dei partiti in senso bipolare, rafforzamento del ruolo del presidente del consiglio e del governo, generale riassetto della macchina burocratica dello stato), si arrestò tra il 1999 e il 2000, senza che si fosse tuttavia superata la crisi del sistema politico.

Massimo d'Alema
Massimo d'Alema

Dopo il fallimento della Commissione bicamerale, anche il progetto di sopprimere la quota proporzionale nelle elezioni legislative non ebbe infatti esito; rivolto, secondo i suoi ispiratori, a pervenire quantomeno a un rafforzamento del sistema maggioritario, il referendum del maggio 2000 non raggiunse il quorum e fu quindi invalidato, sebbene fosse formalmente sostenuto dalla gran parte dei partiti.

Alle soglie del nuovo secolo il paese si presentava tuttavia profondamente cambiato. Il quadro politico, innanzitutto, con la costituzione e il consolidamento delle due coalizioni dell’Ulivo e del Polo delle libertà era decisamente avviato sulla strada del bipolarismo. I partiti che formavano le due coalizioni, sebbene nati in gran parte dalle tradizionali formazioni politiche, erano sensibilmente diversi per struttura e organizzazione.

Infine, per quanto non fosse stata introdotta una definitiva riforma dello stato in senso federalista, importanti poteri precedentemente riservati all’amministrazione centrale erano stati attribuiti alle amministrazioni locali che, con l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle regioni, avevano acquisito un rilevante ruolo anche a livello nazionale, diventando importanti interlocutori del governo centrale.

Sullo sfondo delle trasformazioni politiche e dei tentativi di riforma istituzionale, l’Italia aveva vissuto anche un radicale cambiamento nella fisionomia economica e sociale. Il settore terziario, che aveva superato per numero di addetti quello dell’industria già dalla fine degli anni Ottanta, rappresentava ormai la quota più alta del reddito nazionale. Anche la geografia dell’industria e del benessere si era modificata: un tessuto produttivo capace di generare sviluppo a livelli elevati si era costituito in aree un tempo marginali, come il Nord-Est e alcune province del Centro; un insieme di piccole e medie aziende ne caratterizzava l’insediamento, dando vita a sistemi produttivi molto elastici e quindi capaci di competere sui mercati internazionali, inaugurando un nuovo tipo di capitalismo, lontano dai modelli consolidati rappresentati dalle grandi imprese.

Negli anni Novanta nacquero decine di migliaia di nuove imprese (188.000 nel periodo 1996-2000 fra terziario e industria, di cui 63.000 nel Meridione), con un ruolo di assoluta rilevanza per il buon andamento delle esportazioni. Questo cambiamento investì anche il mercato del lavoro, in cui furono introdotti, accanto a quelli tradizionali, nuovi strumenti contrattuali: lavoro interinale e parasubordinato, formazione lavoro, part-time ecc.

A fornire un grande contributo al cambiamento della vita economica del paese fu peraltro l’avvio di un processo di privatizzazione di industrie, banche, società di servizi, passate dalla proprietà pubblica alle forme private della gestione capitalistica. Questo processo trasformò profondamente il settore delle telecomunicazioni (con la privatizzazione della Telecom e l’assegnazione delle licenze per la telefonia mobile a cinque diversi gestori); ma anche quelli dell’energia (gas e luce), dei trasporti, quello sanitario e persino quello scolastico si aprirono all’intervento dell’impresa privata, con esiti alterni. La crescita economica italiana fu tuttavia inferiore a quella degli altri paesi europei e, soprattutto, si concentrò nelle regioni del Nord e del Centro. Il Meridione godé infatti solo in parte degli effetti della ripresa economica, anche se il suo comparto agricolo registrò un significativo aumento delle esportazioni; di 1.200.000 nuovi posti di lavoro creati nel corso di tutta la legislatura, solo 1/4 (circa 334.000) riguardò il Sud. Nel 2001 il tasso di disoccupazione del paese scese tuttavia dal 12 al 9,9%. "Italia," Origine : Emmanuel Buchot e Encarta.

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