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I campi hanno forme diverse, ma sono riconducibili anch’essi a pochi tipi elementari: in tutti comunque vi è – e salvo gli interramenti dell’ultimo secolo – la presenza di un rio, infrastruttura fondamentale per l’alimentazione del mercato. Ma nei campi in genere non vi è grande concentrazione di negozi. Questi si dispongono invece fittamente lungo i percorsi e sono strettamente legati all’intensità del flusso pedonale, che muta nel tempo: cosicché si assiste oggi, con l’importanza assunta dai poli della stazione ferroviaria e di piazzale Roma, alla nascita di nuovi assi commerciali allungati lungo i percorsi compiuti dalle migliaia di pendolari che quotidianamente entrano ed escono da Venezia attraverso le due porte per la terraferma, allo stesso modo in cui un tempo la massima concentrazione di botteghe – le Mercerie – era disposta lungo l’asse di collegamento fra i due poli urbani maggiori, San Marco e Rialto.Encarta

La citta di Venezia
Il mercato di Venezia
Del resto, tornando ai campi, occorre ricordare che fin dall’origine erano concepiti come luoghi di sosta e vi si celebravano manifestazioni e feste – financo una sorta di corrida, in campo San Polo e in altri – e che spesso non erano pavimentati, e avevano erba e alberi, se pure non ospitavano in qualche caso coltivazioni e stalle. A proposito della pavimentazione, l’occhio attento alla toponomastica non potrà non notare che alcuni percorsi, per lo più di maggiore dimensione, sono denominati salizzade: che vuol dire selciate, ovvero strade rivestite di pietra. Oggi tutta Venezia è pavimentata con la trachite estratta dai vicini colli Euganei, ma per molti secoli non è stato così: solo alcuni percorsi – quelli più battuti dal pubblico, e quindi sottoposti a più rapida usura – venivano pavimentati in pietra: il rimanente o era rivestito di mattoni, o era in terra battuta. Del resto, la stessa piazza San Marco mantiene per lungo tempo la sua pavimentazione in cotto, e solo nel 1723 si provvederà a rivestirla in pietra.

A volerle seguire, le salizzade ci conducono lungo quelli che un tempo erano i percorsi principali, consentendoci di leggerne ancor oggi la gerarchia. Per comprendere la quale converrà accennare al significato di altre tipiche denominazioni stradali veneziane: come ruga, che è una strada, ampia e diritta e con botteghe, indipendente dalla presenza di canali; o come ramo, che invece è un percorso minore, brevissimo e assai spesso senza sbocco.

Mercato di Venezia. Foto E. Buchot

Ma anche nei canali vi è una sorta di gerarchia interna, del resto ben rispettata dalla denominazione ancora corrente: ci sono canali e rii, e i primi sono solo i tre maggiori (Canal Grande, della Giudecca e di Cannaregio) e quelli della laguna (che si chiamano tutti canali), mentre i rii sono tutti gli altri, diffusi e ben distribuiti nel tessuto della città. Anche questi vanno visti tuttavia nella loro diversa importanza. Ve ne sono almeno tre tipi: rii che scorrono semplicemente fra due cortine di case; rii fiancheggiati da un percorso pedonale, chiamato in questo caso fondamenta, e rii fiancheggiati da due fondamenta. E rii con andamento curviforme, organicamente corrispondente a quello dei canali naturali, e altri diritti e regolari, per lo più risultanti da scavi artificiali, o da urbanizzazioni realizzate successivamente attraverso l’imbonimento di velve e barene. I rii sono in genere collegati direttamente a spazi aperti pubblici – fondamenta o campi – o privati (cortili e giardini), ma anche a portici e direttamente ai piani bassi di abitazioni: si noti come l’elemento di contatto è sempre ben attrezzato, attraverso le rive, ovvero scalinate e discese di varia foggia e dimensione, che consentono il trasbordo di persone e merci dal mezzo acqueo. Le rive costituiscono quindi un elemento funzionale di grande importanza per Venezia e si noterà come ne varî la dimensione in rapporto agli spazi da servire; per esempio come siano per lo più ampie e articolate in corrispondenza dei campi, e come le esigenze di tipo funzionale – quella di fornire cioè sempre un piano di appoggio al natante qualunque sia il livello della marea – diano luogo a configurazioni di notevole risultato formale; quando poi non siano addirittura progettate in modo integrato alle architetture, come accade per i palazzi e le chiese principali. Encarta

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Ma vale la pena, a questo punto, di osservare con particolare attenzione tutti i punti e le linee in cui avviene il contatto fra terra e acqua: ponti, cavane, pontili, edicole, scali sono certo elementi di carattere funzionale essenziali per il funzionamento della città; ma contribuiscono allo stesso tempo e in misura essenziale a definirne il volto. A proposito dei ponti, sarà utile ricordare come l’attuale foggia non corrisponda a quella primitiva: un tempo erano per lo più senza sponde, e con gradini più bassi e larghi, e ciò allo scopo di permettere il passaggio di cavalcature che allora, almeno lungo i percorsi principali, erano abbastanza diffuse a Venezia (tanto che nel 1340 la Repubblica sarà costretta a proibirne il transito lungo le Mercerie per la fastidiosa interferenza con il già intensissimo traffico pedonale). Oggi se ne contano più di 400, fra pubblici e privati, ma molti sono relativamente recenti (si noterà spesso l’impiego della ghisa, per quelli realizzati nell’800), per il già ricordato infittimento della rete dei percorsi pedonali.

Si noti pure la loro disposizione rispetto ai canali, che quasi sempre è obliqua e comunque asimmetrica rispetto al loro asse: questo deriva dal fatto che in genere i ponti sono stati costruiti per collegare le diverse insule dopo che queste avevano già definito la loro viabilità interna, e le calli da collegare fra le due sponde del canale non sono quindi se non casualmente sullo stesso asse. Ma si noti anche come queste apparenti difficoltà siano state abilmente sfruttate per dar luogo a una gamma infinita di brillanti soluzioni architettoniche, organicamente legate al tessuto circostante, fatte di balaustre, rampe, scalinate, dalle forme inconsuete, spesso confluenti negli spazi pensili posti alla sommità dei ponti che sono di sezione maggiore, e da cui viene esaltata la percezione degli spazi circostanti, acquei o di terra che siano. Dei pontili – le strutture pensili costruite sull’acqua per accedere ai natanti – è opportuno mettere in evidenza la grande varietà delle dimensioni in rapporto a quella dei natanti da servire: da quelli di maggior mole per i mezzi pubblici dell’Actv, a quelli più minuti a servizio dei traghetti del Canal Grande; tutti hanno un elemento in comune, e cioè il fatto che il natante accosta appoggiandosi a elementi mobili, le briccole, pali in legno conficcati nel fondo che con la loro elasticità consentono di assorbire gli urti: ma la pur enorme quantità di pali affioranti che costeggiano canali e specchi d’acqua e che a volte, in corrispondenza degli edifici di maggior prestigio, sono ancor oggi vivacemente decorati, non fornisce che una pallida idea dei milioni di pali che stanno sotto il pelo dell’acqua, a sostegno di fondamenta, palazzi, chiese e monumenti: una vera foresta invisibile, su cui si regge l’intera città. Encarta

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