Economia italiana : la scelta europea e i fattori di squilibrio
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Fotografie Italia |
Dalla seconda guerra mondiale a oggi l’economia italiana ha fatto passi da gigante. Ciò che appare straordinario nello sviluppo economico italiano è la sua rapidità; il “miracolo economico italiano” presenta infatti analogie con il contemporaneo sviluppo della Germania Occidentale, che tuttavia poteva contare su una forte tradizione industriale e soprattutto sulla ricchezza di materie prime. La trasformazione economica italiana fu resa possibile innanzitutto dal radicale cambiamento della collocazione del paese nel quadro internazionale. Lo sviluppo fu infatti favorito dalla politica atlantica seguita dall’Italia e dagli aiuti del piano Marshall, ma anche da un’eccezionale volontà di ripresa – che accomunò tutta la società italiana, nonostante le laceranti divisioni politiche e un conflitto di classe a tratti aspro – e da una leva di imprenditori di notevoli qualità. |
La politica delle alleanze con i paesi dell’Europa occidentale fu poi decisiva. La prima tappa che segnò l’inserimento dell’Italia nel contesto economico europeo fu, nel 1951, l’adesione alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). |
Nel 1957, con il trattato di Roma, nacque poi la Comunità economica europea (CEE); questa iniziale “Europa a sei” si sarebbe allargata a partire dal 1973 ad altri paesi, fino a comprenderne dodici all’atto dell’istituzione dell’Unione Europea nel 1993. Già in seguito alla costituzione della CECA, l’Italia pose alla base del proprio sviluppo un’industrializzazione intensiva, che avvantaggiò le aree più avanzate – le cosiddette “aree forti” del triangolo Milano-Torino-Genova – e diede un grande impulso agli scambi commerciali. Rimase però irrisolto il problema dello squilibrio tra le varie regioni del paese. Con il passare del tempo si accentuarono invece le differenze tra le “aree forti” industrializzate e le “aree deboli” (cioè il Meridione continentale, la Sicilia e la Sardegna) a struttura economica prevalentemente agricola. |
Con poche eccezioni, l’agricoltura meridionale subì infatti un continuo declino e la riforma fondiaria realizzata nel 1950 non diede i frutti sperati. Sostanzialmente priva di una strategia e di adeguati investimenti, la semplice distribuzione ai contadini di fondi di esigue dimensioni e inevitabilmente poco produttivi si rivelò infatti inadeguata. La crisi dell’agricoltura meridionale giocò a favore dello sviluppo del comparto industriale del Nord, che si avvalse dell’abbondanza di manodopera fornita dalle masse contadine (del Sud soprattutto, ma anche delle regioni più povere del Centro e del Nord). Il repentino passaggio dalla campagna alla fabbrica di milioni di contadini, ridisegnando il volto demografico del paese, ebbe peraltro profondissime ripercussioni, ponendo inediti e delicati problemi sociali. |
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