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Storia della Serbia : il crollo del regime di Milošević
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Nel Kosovo le conseguenze del conflitto furono drammatiche. La comunità albanese, costretta, dopo l’inizio dell’attacco aereo della NATO, ad abbandonare le proprie case dalla repressione serba e a cercare rifugio nei paesi vicini (Albania, Macedonia e Montenegro), trovò al suo rientro città e villaggi colpiti dai bombardamenti e sistematicamente saccheggiati e messi a ferro e fuoco dalle truppe di Belgrado. La comunità serba fu sottoposta nei mesi successivi alla rappresaglia albanese (in cui si distinsero le milizie dell’UÇK) e fu a sua volta costretta ad abbandonare in massa la provincia.

L’intervento della NATO inflisse gravissime perdite, umane ed economiche, alla Serbia, sottoposta per più di due mesi a un intenso bombardamento che colpì, oltre agli obiettivi militari, la rete di comunicazione stradale e ferroviaria, ospedali, scuole e numerose fabbriche. Il regime serbo, pur essendo riuscito a contenere la crisi che lo stava erodendo da anni, fu del tutto isolato a livello internazionale e incapace ad avviare la ricostruzione del paese. Nel corso del 2000 Milośević, accusato di crimini contro l’umanità dal Tribunale dell’Aia, vide precipitare il suo consenso presso la popolazione serba, sempre più stretta nella morsa della crisi economica, ma perse anche il sostegno di interi settori del regime e dell’esercito. Nel tentativo di puntellare il suo ormai traballante potere, tra la primavera e l’estate impose al Parlamento federale una serie di emendamenti alla Costituzione della Federazione e, assicuratosi in questo modo il diritto di concorrere nuovamente alla presidenza, indisse nuove elezioni.

Le successive elezioni presidenziali federali, svoltesi a settembre, causarono un profondo rimescolamento del quadro politico balcanico. La strategia di Milošević naufragò infatti contro la ritrovata unità delle opposizioni, cheraccolsero un forte consenso intorno al loro candidato Vojislav Kostunica. Sconfitto già al primo turno, Milośević tentò di invalidare i risultati del voto ma fu infine costretto a riconoscere la vittoria delle opposizioni.

La sconfitta di Milošević aprì nella Serbia e nei Balcani una prospettiva del tutto inedita. Nelle elezioni legislative svoltesi alla fine di dicembre del 2000, il fronte dell’Opposizione democratica, composto da diciotto partiti, ottenne il 64% dei voti e 176 dei 250 seggi del Parlamento serbo.

Nel febbraio 2001 si insediò il nuovo governo serbo, alla cui guida fu chiamato Zoran Djindjić. Di simpatie apertamente filoccidentali, Djindjić si apprestò a chiudere i conti con il passato regime.

Milošević venne accusato di abuso di potere e di reati finanziari. Il 31 marzo, dopo giorni di convulse consultazioni istituzionali e una drammatica trattativa, l’ex leader serbo si consegnò alle forze di polizia e fu posto agli arresti.

Durante tutta la primavera, la vicenda di Milošević alimentò un’aspra contesa tra le istituzioni federali e quelle serbe e, soprattutto, tra i due più importanti artefici della disfatta del vecchio regime e del suo forte apparato, Kostunica e Djindjić: il primo, nazionalista e gradualista, attento a mediare tra le varie

Ibrahim Rugova
Ibrahim Rugova
componenti sociali e politiche del paese per non compromettere il processo di democratizzazione; il secondo, risoluto a stabilire un forte legame con i governi occidentali e a operare un’ampia ristrutturazione economica e politica. Il 28 giugno 2001, scavalcando le autorità federali, Djindjić consegnò Milošević al Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia. "Serbia," Microsoft® Encarta® Enciclopedia Online 2009
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