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Presidente De la Rúa


Presidente De la Rúa
Presidente De la Rúa

L’Argentina emerse dal decennio di presidenza Menem in piena recessione, con un debito estero che ammontava a 185 miliardi di dollari USA. La ristrutturazione dell’economia aveva conseguito scarsi risultati e causato un acutissimo disagio sociale. Il sistema di protezione sociale era stato smantellato, mentre l’oligarchia, arricchitasi anche grazie alle selvagge privatizzazioni realizzate negli anni Novanta, aveva trasferito all’estero un’enorme fortuna. Secondo le stime ufficiali i disoccupati rappresentavano il 20% della forza lavoro attiva e una persona su tre viveva al di sotto della soglia di povertà. Per fronteggiare la grave crisi economica e per ottenere un prestito di 20 miliardi di dollari dal Fondo monetario internazionale, il nuovo governo di centrosinistra adottò a sua volta una politica di austerità, riformando il sistema delle pensioni e congelando la spesa pubblica delle province fino al 2005. I provvedimenti del governo furono severamente contestati dai sindacati, che nel novembre del 2000 bloccarono il paese con uno sciopero generale di 36 ore.

Nel marzo del 2001 De la Rúa chiamò al ministero dell’Economia, concedendogli poteri speciali, Domingo Cavallo, già ministro di Menem. A distanza di un anno dalle elezioni, la coalizione che aveva portato alla presidenza il radicale De la Rúa si sfaldò. Contro il rimpasto governativo – e soprattutto contro la strategia economica delineata da Cavallo – si pronunciò infatti il FREPASO, che abbandonò la coalizione. Accusato di corruzione, in giugno l’ex presidente Menem fu posto agli arresti domiciliari. Durante l’estate la crisi argentina si acuì, nonostante il drastico piano di risanamento lanciato da Cavallo, che istituì un taglio del 13% a stipendi e pensioni. Nella provincia di Buenos Aires, gli stipendi dei dipendenti pubblici vennero pagati con buoni governativi (i cosiddetti patacones), anziché in denaro; chiusero le Aerolineas Argentinas, la compagnia di bandiera passata, durante la presidenza Menem, sotto il controllo della spagnola Iberia; a settembre le entrate fiscali diminuirono del 14%, mentre crollavano la produzione industriale, il consumo interno e le esportazioni.

A ottobre, nelle elezioni di medio termine per il rinnovo del Senato e della metà dei seggi della Camera, la coalizione di centrosinistra subì una severa sconfitta e De la Rúa perse la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Ad avvantaggiarsi della crisi del centrosinistra furono i peronisti del Partito giustizialista, che vinsero in 18 province su 23. Ma le urne espressero soprattutto un voto di protesta; un quinto delle schede scrutinate risultarono bianche o nulle e il 26% degli elettori si astenne del tutto (una quota elevatissima, se si considera che in Argentina il voto è obbligatorio).

A dicembre, sull’orlo della bancarotta, l’Argentina sospese i pagamenti dei rimborsi dovuti alle istituzioni finanziarie internazionali. In seguito a questa decisione, il Fondo monetario internazionale bloccò l’erogazione di un nuovo prestito già accordato al paese. Per far fronte alla gravissima situazione, il ministro Cavallo propose ulteriori tagli alla spesa pubblica e impose un limite (corralito) al prelievo di denaro liquido dai depositi bancari, causando moti di protesta in tutto il paese. Il 19 dicembre centinaia di migliaia di persone scesero in piazza; a Buenos Aires un’immensa manifestazione circondò la Casa Rosada chiedendo le dimissioni del governo. In molte città argentine la folla saccheggiò i supermercati e si scontrò violentemente con la polizia; 35 persone, in gran parte giovani, caddero sotto i colpi sparati dalla polizia e dai proprietari dei negozi assaltati. Mentre il ministro Cavallo lasciava il suo incarico, il presidente De la Rúa impose lo stato d’assedio, prima di dimettersi a sua volta, incalzato dalla folla, il 20 dicembre.

Il 23 dicembre il Congresso nominò alla presidenza il peronista Adolfo Rodríguez Saá, che costituì un nuovo governo includendovi diversi esponenti politici coinvolti in gravi casi di corruzione. Il 29 nuove manifestazioni percorsero le città e a Buenos Aires vennero assaltati il Congresso e la sede del governo. Dopo le dimissioni di Rodríguez Saá, il 2 gennaio del 2002 il Congresso nominò un nuovo presidente, Eduardo Duhalde, il candidato peronista battuto dal radicale De la Rúa nelle precedenti elezioni presidenziali. Duhalde formò un governo di unità nazionale con l’intento di porre fine al modello economico seguito dall’Argentina nell’ultimo decennio e annunciò la moratoria sul debito estero e l’abbandono della parità tra il peso e il dollaro. "Argentina," Origine : Emmanuel Buchot e Encarta.

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